Post covid-19 e cultura

Riapertura dei luoghi della cultura: come ricominciare?

I musei statali valgono 1,6% del Pil italiano, nel 2018 hanno prodotto 27 miliardi di euro. I visitatori sono in forte crescita: oltre 128 milioni di persone (di cui 58,6 stranieri) hanno visitato il patrimonio culturale italiano nel 2018: quasi 10 milioni in più (+8%) rispetto al 2017. L’incremento maggiore è registrato dai monumenti e i complessi monumentali (+11,5%) e dai musei (+9,6%). Diminuiscono i visitatori delle aree archeologiche (-11,3%). Le prime 10 città sono nell’ordine Roma, Firenze, Napoli, Venezia, Milano, Torino, Pisa, Pompei, Siena e Verona, nelle quali si concentra oltre la metà dei visitatori (il 55,5%).  Le strutture statali, 460 tra musei, aree archeologiche e monumenti musealizzati, hanno attratto, solo lo scorso anno, circa 54 milioni di visitatori (pari al 42% del totale), con un’utenza media quattro volte maggiore di quella non statale (in media quasi 120 mila persone per istituto statale contro 19 mila per istituto non statale).  Le 4.448 strutture non statali (rappresentate in larga parte da istituzioni a titolarità comunale, pari a 2.037, il 41,5% del totale) non superano le 2 mila presenze nell’anno in quasi la metà dei casi (il 46,5%), svolgendo un servizio di presidio culturale spesso rivolto soprattutto alla comunità locale (dati Istat 23 dicembre 2019).

In Sardegna nel 2017 sono aumentati del 6,1% con 584.553 ingressi con un +14% degli incassi, dati positivi ma che vanno contestualizzati (poco più dell’1% degli ingressi dei musei italiani avviene in Sardegna). L’area archeologica di Tharros e Cabras la più visitata seguita da Su Nuraxi, Nora, Compendio Garibaldino di Caprera (mancano le aree comunali e private)

Che cosa intendiamo per cultura?

La cultura è un campo complesso e affollato, la “Cultura o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte e la morale, il diritto, il costume e qualunque altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società” (La cultura primitiva, 1871 E.B. Taylor).

La definizione di Taylor ha esteso la cultura a tutta l’umanità; nel suo pensiero la cultura è diventata quell’insieme dei saperi, delle pratiche, delle abitudini che ogni uomo acquisisce in quanto membro di una particolare società, egli ha abbandonato la definizione classica di cultura che privilegiava l’idea di erudizione, di acquisizione e di un sapere elevato solo da parte di un’élite.

Nel tempo i centri culturali sono diventati spazi di confronto, di scontro e di trasformazione, il lavoro che svolgono è inestimabile. La cultura rappresenta un elemento fondamentale per la conoscenza del passato. Bisogna superare gli ostacoli economici e pratici che li hanno limitati fino ad ora: bisogna condividere strumenti, conoscenze ed esperienze. C’è sempre più necessità di una presa di coscienza collettiva, in quanto la cultura è anche comportamenti, valori, ideologie e organizzazioni sociale.

Ripartire dalla crisi e attivare, sempre di più, tutta una serie di iniziative che permettano agli operatori di ritornare a lavorare, ma contemporaneamente, ripensare e ricominciare dal ruolo culturale e pluralistico, democratico che una istituzione culturale deve inevitabilmente portare avanti. La cultura deve essere riportata all’attenzione dell’opinione pubblica.

Oggi è più che mai importante insistere su una educazione e una conoscenza multiculturale e interculturale, democratica, intesa, non solo, come convivenza tra diverse culture, ma relazione tra loro, non assimilazione e integrazione, ma condivisione delle differenze, cercare forme di collaborazione, non per cambiare gli individui, ma per arricchirli.

“…E poi, il diverso è sempre uno stimolo, e a me piace andare in paesi dove la gente si veste in un altro modo, si muove in un altro paesaggio. È una ricchezza aggiunta a quel che posso sapere del mio luogo” (Joyce Lussu Firenze 8 maggio 1912). Una educazione permanente alla democrazia.

Al momento a seguito dei provvedimenti adottati dal governo per contrastare l’emergenza Covid-19, i musei rimarranno chiusi sino al 17.
L’annuncio della graduale riapertura di musei, archivi, biblioteche, siti a partire dal 18 maggio è un importante segnale di fiducia e di speranza per il futuro. A parte le disposizioni del Governo nazionale che i musei saranno portati a rispettare con i vari vademecum e raccomandazioni da parte di, per esempio ConfCultura e ICOM, come possiamo noi operatori culturali, e non solo ripartire? Come possiamo ricominciare e ripensare a una forma “nuova”, meno statica, tecnica di fare cultura? E soprattutto tutto questo possiamo ripensarlo solo noi operatori culturali o anche altri?

Numerose strutture espositive presentano ancora barriere fisiche e sensoriali: solo la metà (53%) è attrezzata con rampe, bagni ed elevatori per le persone con ridotta capacità motoria e poco più di una su dieci (12%) offre percorsi tattili e materiali informativi sensoriali per ipovedenti e non vedenti (dati Istat 2019). Sono solo il 10% le strutture che dispongono di un catalogo scientifico digitale del proprio patrimonio. Tra questi spiccano i musei di arte antica (23%), di storia e di scienze naturale (16%) che più di altri hanno raccolto su supporto digitale le opere e i beni posseduti (dati Istat 2019).

Il museo deve essere, in molti casi già lo è, ricerca, tutela.

“Il museo è una istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. È aperto al pubblico e compie ricerche che riguardano le testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente; le acquisisce, le conserva, le comunica e le espone a fini di studio, educazione e diletto, promuovendo la conoscenza presso il pubblico e la comunità scientifica” art. 1  D.M. 23/12/2004.

Ha, ma dovrebbe avere, più risorse pubbliche, sostegno (dallo Stato, dagli Enti locali, dai fondi, dall’Europa). L’autogestione, così molto praticata negli ultimi anni, non è stata sufficiente e ha messo oggi in crisi soprattutto i grandi musei nonostante le molte entrate (il 10% dei musei statali ha la metà delle entrate totali).

Alcune idee

Bisogna, sicuramente, andare oltre l’emergenza e guardare alla fragilità strutturale di cui soffre una parte cruciale del paese. Una fragilità figlia della generale naturalizzazione della mancanza di tutela delle forme di lavoro del precariato, della proliferazione in molti campi delle false forme di lavoro para-subordinato e dal restringimento brutale del finanziamento pubblico alla cultura. Se è vero che negli ultimi dieci anni ci siamo inventati costantemente nuovi modi per arginare questa erosione (pratiche di innovazione civica e culturale, di condivisione comunitaria, di sostenibilità economica, di sperimentazione mutualistica) è anche vero che da troppo tempo l’Italia si rifiuta di guardare dentro le dinamiche di potere dei mondi della cultura.

Oggi, vista la situazione di crisi totale e strutturale della società, occorre ri-vedere molte cose e guardare alla pandemia come un’opportunità, animando una discussione politica, dove vi è particolare attenzione ai lavoratori, agli utenti (non chiamiamoli clienti) ad un’utenza ulteriormente allargata non solo in termini di numeri. Riscoprire i territori, le “piccole” realtà culturali, il digitale e la tecnologia in generale, la lentezza, i depositi, gli archivi, oggi più che mai i siti all’aperto (compresi ville, parchi, giardini).

Diversificare, creare attrattiva con qualcosa che è più “appetibile”, ma non per questo futile, fare allestimenti espositivi, magari sganciati dal grande nome, ma, più radicati in un territorio, utilizzando proprio quei depositi infiniti dei nostri musei o soprintendenze.

Ripensare ai luoghi della cultura come a degli hub culturali dove diverse interessi, conoscenze possano collaborare: un interagire di professioni. In questo periodo di lockdown si è ricorso agli incontri in rete, sarebbe opportuno non perdere tutto questo e usare la rete per condividere, per far interagire diverse professionalità e “usare” interessi, must del momento come attrattori, per portare fruitori in posti meno conosciuti. Oggi più che mai diversificare l’offerta, far conoscere eccellenze meno alla moda, interagire con operatori al di fuori dello stretto ambito culturale, artigiani, aziende e soprattutto insegnare sempre di più la conoscenza del territorio della cultura della storia alle nuove generazioni, diventa prioritario.