Nel 1932 la rivista L’Italia Letteraria organizzò una “crociera” che, per dieci giorni, visitò la Sardegna, era definita, dal periodico stesso, “una delle parti meno conosciute d’Italia”. Al viaggio era abbinato un concorso che prevedeva un premio per il miglior resoconto del viaggio stesso, la giuria del premio era composta da Grazia Deledda. Un giovane Vittorini, partecipò con lo pseudonimo di “Amok”, e vinse ex aequo con Virgilio Lilli.
L’arrivo dei crocieristi (25 per l’esattezza) susciterà scalpore. L’itinerario aveva toccato Terranova (l’odierna Olbia), Tempio e la Gallura, l’Anglona, Sassari, Macomer, Nuoro, Oliena, Oristano e Mussolinia d’Arborea, Iglesias, Cagliari, poi Sant’Antioco e Carloforte, Porto Torres, Palau e come ultima tappa La Maddalena.
Il libro di Elio Vittorini uscì in volume solo nel 1936, presso l’editore Parenti, con il titolo Nei Morlacchi Viaggio in Sardegna. Vittorini rielaborò quest’opera per vent’anni giungendo nel ‘52 all’attuale versione, che fu pubblicata con il titolo Sardegna come un’infanzia, presso l’editore Mondadori. Il lavoro di Virgilio Lilli, invece, fu pubblicato in forma di articolo, su L’Italia Letteraria. Il diario di Lilli è stato pubblicato solo nel 1999 dall’editore Carlo Delfino con il titolo Viaggio in Sardegna.
Un giovane Vittorini, nato a Siracusa nel 1908, ha raccontato la Sardegna con una prosa intensamente lirica e uno sguardo nuovo gettato su un’isola ancora immutata. Intenso e raffinato, non fu solo un diario di viaggio, ma un’opera dalle diverse letture, con immagini che rimangono nella mente come la descrizione delle querce da sughero che “hanno i tronchi che sanguinano”. Lo splendido, e molto ripetuto, ritratto di Cagliari che gli appare dal mare “La città ci è apparsa sopra un monte metà roccia e metà case di roccia, Gerusalemme in Sardegna”. Lo scrittore siciliano autore di Conversazione in Sicilia (1941) e il romanzo della Resistenza Uomini e no (1945), descrive l’isola con queste parole:
“Alla Maddalena la pioggia viene giù così aspra da suscitare rumori incredibili…Passiamo tra battelli neri, tra vele che ammainano, in mezzo a una folla di barche…Abbordiamo contro riva sopra il piazzale deserto, percorso dai rapidi vapori della pioggia…Verso Caprera il mare spumeggia come di un subacqueo voltolamento di delfini…C’è anche un intenso aroma di basilico, nella terra bagnata, e un filo di fumo nell’aria su da un comignolo”. A Caprera Vittorini non si commuove di fronte alla tomba dell’Eroe ma di fronte alle casette a un piano costruite da Garibaldi: “Non fu retorica ritirarsi qui… Venne a farsi re in Sardegna, anche lui come Brancaleone Doria…e c’era il piacere di un ragazzo, in lui, che gioca a Robinson. L’aratro; il banco da falegname, la barca”.
Virgilio Lilli, anche lui giovanissimo, di un solo anno più grande di Vittorini, nato a Cosenza nel 1907, è stato un giornalista, pittore e scrittore. Da giornalista ha raccontato il secondo conflitto mondiale, l’azione franco-inglese su Suez nel 1956, il Vietnam. Esperto di guerra, la considerava una realtà che “non amo, e della quale trema, dal giorno che sono nato, il mondo”. La Sardegna da lui narrata, sembra, una semplice descrizione di immagini e luoghi, invece lo sguardo sempre attento del giornalista che si sofferma sul particolare e si allontana dagli stereotipi del periodo, si coglie immediatamente: “Nuoro…una lunga, grande strada simile ad una spina dorsale, e ai lati – come foglie su un ramo – viuzze e vicoli…Case di granito piccine, basse, robuste, e, in mezzo al granito, meravigliose fioriture d’orti e di rustici giardini inquadrate fra alte pareti di muriccioli. È un paese da patriarchi”.
La Maddalena, complice una giornata terribile di pioggia, non sembra aver lasciato in lui un bel ricordo: “È un paese da marina militare, una specie della Spezia a scartamento ridotto…una specie di Polo Nord della Sardegna…Caprera non è che il grosso piedistallo di una tomba, quella di Garibaldi”.
Grazia Deledda, figlia dell’ “Atene Sarda”, premio Nobel per la letteratura nel 1926, aveva nei suoi libri descritto la “sua” Sardegna, lontana, sicuramente dai due autori vincitori del premio letterario. La scrittrice ha raccontato la crisi dell’esistenza di fine ‘800, ha raccontato il senso di colpa, il travaglio morale, il destino già disegnato, la forza delle donne e la fragilità degli uomini. È proprio la sua terra natia, con il suo paesaggio selvaggio, comune denominatore di quasi tutte le opere, la protagonista silenziosa e onnipresente e, infine, governatrice di ogni umana determinazione. Il suo è sempre un ricordo nostalgico e appassionato, un ricordo estrapolato dalla realtà. Nelle sue opere vengono rappresentate le sagre popolari, la religiosità, la fierezza, le tradizioni. La sua prosa lirica e fiabesca descrive la fine di un mondo, proprio per questo ne racconta i processi dandoli all’eternità, fermando, in questo modo, quei riti per sempre.
Morta qualche anno dopo, nel 1936, a Roma, tornerà in Sardegna nel 1959. Le sue spoglie riposano presso la Chiesa della Solitudine, situata sotto al “nostro cuore, il nostro carattere”, il Monte Ortobene.



