L’origine della vite in Sardegna
Dare una definizione certa sull’origine del vino e dei vitigni non è semplice, l’attività di selezione da parte dell’uomo va avanti ininterrottamente da migliaia di anni. La vite e le sue tecniche di coltivazione hanno, nel tempo, compiuto un viaggio di commercio, conquiste e scambi culturali. Per avere un quadro il più possibile verosimile si devono intrecciare i dati di diverse discipline. L’analisi del DNA è uno strumento molto efficace ma non risolutivo, così come il solo dato storico. Servono l’archeologia, l’etimologia, l’antropologia, l’agronomia, la climatologia e la geologia, per completare il quadro.
La vite selvatica (Vitis vinifera L. subsp. sylvestris) è una specie spontanea presente nei corsi d’acqua dell’Europa e in quelli di alcuni paesi dell’Africa settentrionale e dell’Asia minore, che si affacciano sul bacino del mar Mediterraneo. Dalla vite selvatica si sarebbe originata la vite coltivata (Vitis vinifera L. subsp. vinifera). Al genere Vitis non appartiene solo la Vitis vinifera L., ma anche un insieme di specie caratteristiche del Nord America: Vitis aestivalis, Vitis berlandieri, Vitis lambrusca, Vitis riparia, Vitis rupestris. Oggi questi vitigni sono conosciuti perché alla base dei moderni ibridi che fungono da portainnesti per la vite coltivata. Il portainnesto della barbatella nasce nella seconda metà del 1800 (XIX secolo) come mezzo di difesa dalla temibile fillossera, il parassita di origine nordamericana che pochi anni prima era comparso in Europa seminando panico e distruzione nei vigneti del vecchio continente.
La vite selvatica è importante per determinare l’origine delle varietà oggi coltivate, oltre a essere un importante indicatore biologico. Questa specie preferisce le acque pulite, povere di sostanze inquinanti e prive di residui organici. Essa cresce in ambienti in cui la presenza dell’uomo è meno evidente.
La vite selvatica è caratterizzata da piccoli grappoli spargoli, con acini piccoli, rotondi e molto scuri. La pianta è piuttosto tollerante alle principali fitopatie. I grappoli, per evitare che vengano mangiati dagli abitanti del bosco, devono essere raccolti appena cominciano a colorarsi. I vini ottenuti sono scarichi di colore e leggeri (un massimo di 13°), i polifenoli contenuti che hanno proprietà antiossidanti, invece, sono alti, un vero e proprio elisir di giovinezza.
La domesticazione della vite selvatica
La domesticazione della vitis vinifera inizia circa novemila anni fa. Il processo di domesticazione, nello specifico della vite, avviene attraverso la scelta dei migliori vitigni selvatici e della loro coltivazione da parte dell’uomo, ed è consistito nel prendere e coltivare gli individui selvatici più produttivi, utilizzando successivamente soltanto il materiale vegetale degli individui interessanti.
Per diverso tempo, si è ritenuto fosse partita da un centro primario di domesticazione, il Caucaso, più in generale nella fertile Mesopotamia, lì dove è nata anche l’agricoltura. Oggi, sulla base di evidenze archeologiche, storico-letterarie e genetiche, si ritiene più verosimile una pluralità di centri di domesticazione della vite. Più precisamente si sono potuti individuare almeno due luoghi di domesticazione primaria della vite, una nel Caucaso meridionale e l’altra in Europa occidentale (DiSAA Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali).
In Sardegna la sua presenza è diffusa su tutto il territorio. Gli antichi abitatori e tutte le popolazioni succedutesi hanno potuto ricorrere a questa fonte primaria di cibo. L’uso della vite selvatica viene citato nella Carta de Logu – un codice di leggi – promulgata da Eleonora d’Arborea nel XIV secolo. Nel capitolo 143 la vendita di uva selvatica viene paragonata al furto, e come tale, chi viene sorpreso subisce punizioni estremamente severe. Altre fonti letterarie ci parlano dell’uso della vite selvatica. Nel 1500, Andrea Bacci, medico personale di papa Sisto V così scriveva: “ex labruscis exprimunt vina”. Successivamente il capitano inglese William Henry Smith (1828) scrive sulla vite selvatica in Sardegna: “The lambriscu, or wilde grape, grows profusely, is widely dispersed, and a tolerable light wine is made from it”. L’Angius – a cui si deve la monumentale opera sulle voci relative alla Sardegna del Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna di Goffredo Casalis – nella metà dell’Ottocento asseriva quanto fosse diffusa la vite selvatica nel Sarcidano.
Storicamente più vicino a noi, nel secondo dopoguerra i caprai e i pastori del Sulcis, lontano da casa, raccoglievano l’uva selvatica per vinificarla. Attualmente l’uso della vite selvatica per produrre vino è documentato in molti posti dell’isola: Sulcis, Gallura e Campidano di Cagliari.
I vitigni sardi
La Sardegna ha numerose specificità geografiche, geologiche, climatiche, vegetazionali, storiche e culturali che si sono interconnesse e si riflettono nell’attuale vitivinicoltura. Questa ricchezza e questa complessità rappresentano un grande punto di forza che, in un piccolo territorio, consente produzioni vitivinicole peculiari, spesso di nicchia, ma anche coltivazioni estensive. L’essere Isola nel centro del Mediterraneo ha comportato nel tempo scambi continui, ma anche chiusure. Ciò ha favorito la conservazione delle colture e delle risorse tradizionali.
L’assetto geologico della Sardegna è stato segnato nel corso di 600 milioni di anni. Questa “vecchiezza” ha dato origine ad un’ampia diffusione di suoli diversi per origine, proprietà e caratteristiche. Il suolo sardo deriva dall’erosione di rocce antiche dalla cui sedimentazione si sono formati terreni rocciosi di granito, scisto, trachite, e basalto.
Le caratteristiche qualitative e quantitative del vino nascono dalla combinazione di quattro variabili: elementi geografici e topografici, le condizioni climatiche, le lavorazioni antropiche. Le condizioni atmosferiche sono caratterizzate dal clima Mediterraneo con inverni miti e poco piovosi ed estati calde e ventilate. Le aree più interne, ovvero le vallate e gli altopiani, sono interessate dal clima temperato che determina forti escursioni termiche giornaliere e stagionali, a tutto vantaggio delle uve che conferiscono potenza strutturale, colore e profumi ai vini durante le fasi di vinificazione.
Abbiamo visto come la documentazione storica ed archeologica, la grande diffusione della vite selvatica e il gran numero di vitigni autoctoni e tradizionalmente coltivati nell’isola permettono di affermare che la coltivazione della vite e l’industria del vino in Sardegna hanno origini molto antiche.
Un aspetto molto interessante, a questo proposito, è legato ad una scoperta effettuata nel centro Sardegna. Gli alleli (segmenti del DNA) di popolazione di vite selvatica sono identici a quelli di alcune varietà di vite coltivata. Le due varietà individuate, Muristeddu e Bovale, si sono originate dalla vite selvatica. Nelle montagne centrali dell’isola, dunque, sarebbe avvenuto un fenomeno di domesticazione.
Fino ad ora, però, ha prevalso l’attribuzione esterna della nascita e dello sviluppo della viticoltura. Il tutto sembrava avere un’origine fenicia (con introduzione di Nuragus, Vernaccia e, secondo alcuni, anche Nasco, Monica e Carignano), a cui seguiva un filone romano (il Moscato, soprattutto, e forse il Nasco), un ciclo bizantino (il Malvasia e alcuni bianchi nobili, tipo Alvarega e Gregu biancu) e il ciclo spagnolo (Cannonau, Bovali, Cagnulari, Carignano, Muristellu e, secondo qualcuno, anche Vermentino e Nasco).
Gli studi portati avanti per la conservazione della biodiversità viticola sarda – da parte dell’Università di Milano Bicocca – hanno evidenziato non solo una notevole biodiversità per le viti selvatiche, ma anche il gran numero di vitigni autoctoni (oltre 150) che sembra caratterizzare la viticoltura isolana. Questo numero è una conferma indiretta dell’antichità della tradizione viticola della Sardegna, e rappresenta un serbatoio notevole di biodiversità. Alcuni di questi vitigni, inoltre, mostrano caratteristiche morfologiche particolari (forma del vinacciolo, sesso del fiore) che rimandano immediatamente alla vite selvatica, quasi a dimostrazione di una “domesticazione” ancora vicina nel tempo.
Nel passato – Vittorio Angius – ha avuto il merito di aver censito ben 100 vitigni, dandoci informazioni sulle superfici coltivate, notizie sulla qualità dei vini e tecniche di coltivazione. In riferimento al paese di Orani nella Barbagia così scriveva: “Le vigne prosperano, le viti più comuni sono il moscatello, la barriadorja, il tunis, l’erbinera e sopra le altre il muristellu. Nelle vigne novelle coltivasi pure il girone, il cannonao, la vernaccia”.
Riuscire a conoscere l’origine dei vitigni, non ci aiuta solo a capirne e preservarne la diversità biologica, bensì aggiunge tasselli importanti alla storia e alla cultura di un popolo. Il vino è, oggi, anche messaggero della storia, cultura e tradizione del territorio di produzione. Infatti nessun altro prodotto della terra come il vino viene determinato e personalizzato nelle sue caratteristiche qualitative, dall’influenza dei fattori pedoclimatici del territorio, dalla tradizionale tecnica colturale, dal binomio varietà-ambiente.
Il Cannonau il Nuragus e il Vermentino sono attualmente diffusi in tutto il territorio e rappresentano l’ossatura della viticoltura e dell’enologia sarda.
Bibliografia, sitografia:
- Aa.Vv., La grande enciclopedia della Sardegna, voce Vino
- Aa.Vv., Il Vino in Sardegna. 3000 anni di storia, cultura, tradizione e innovazione
- AIS, Il mondo del sommelier; Il vino in Italia
- Angius V., Città e villaggi della Sardegna dell’Ottocento, vol. 2



