L’Europa medievale delle crociate è la culla dei tornei equestri cavallereschi e dei giochi di addestramento militare a cavallo. Nel corso del XV e del XVI secolo tali manifestazioni rifioriscono sotto forma di grandi spettacoli offerti al popolo. Il vecchio continente nel corso del XVI secolo dimostra un’attenzione speciale per le manifestazioni equestri e in particolare per le corse all’anello. Sovrani, viceré, feudatari e corporazioni di mestiere offrivano al pubblico tali spettacoli in occasione di prese di possesso di cariche di re o vescovi, di nascite di eredi al trono o di particolari festività del calendario liturgico, coinvolgendo direttamente il ceto nobiliare e relegando il popolo al rango di spettatore. Ancora oggi in tutta Italia si contano numerose gare di abilità di cavalieri, corse all’ultimo sangue con cavalli, altri animali o con le barche, che riaccendono antiche rivalità mai sopite. In alcuni casi tentano la sorte cercando di cogliere un anello con una lancia, mentre presso altre tipologie di giostre sono impegnati nel colpire un bersaglio rappresentato da una sagoma o buratto, che riproduce il cavaliere avversario contro il quale anticamente ci si scontrava in duello. Quello di Siena è il palio italiano per eccellenza, la corsa equestre medievale più famosa (se ne hanno notizie sin dall’inizio del XIII secolo).
Orsù figlioli dolcissimi, correte questo palio e fate, che solo sia uno, quello che l’abbia, cioè che ‘l cuore vostro non sia diviso. (S. Caterina da Siena, 1375)
Oristano: La Sartiglia, la giostra a cavallo
Nell’antica città di origine medievale di Oristano, si svolge la più famosa corsa con cavalieri della Sardegna: la Sartiglia.
Dal IX secolo gli abitanti dell’antica città di Tharros, in fuga dalle continue minacce saracene, si trasferirono nel villaggio bizantino di Aristanis che diviene intorno all’anno Mille il nuovo capoluogo del Giudicato d’Arborea. Tale importante istituzione risulterà la più longeva delle quattro realtà giudicali che caratterizzarono la Sardegna del Medioevo. Infatti, la conquista catalano aragonese del Regno di Sardegna, iniziata nel 1323 e che porrà fine all’esperienza dei regni giudicali sardi, potrà annoverare Oristano e il suo antico regno nei territori conquistati, solo nel 1420. Alla città di Oristano di età spagnola si riferiscono i più antichi documenti della Sartiglia, oggi custoditi nell’Archivio Storico cittadino. Si trovano in un registro di consiglieria datato 1547-48 in cui si parla di una Sortilla organizzata in onore dell’Imperatore Carlo V probabilmente nel 1546. Si pensa che in età spagnola, in origine la corsa fosse organizzata dalla stessa istituzione municipale, e, poi, affidata ai gremi (letteralmente “mettersi in grembo” cioè sotto la protezione di uno o più santi patroni), le associazioni di mestiere operanti nella Città Regia dal XVI secolo, che ne hanno perpetuato il cerimoniale sino ai nostri giorni.
Attualmente non si conoscono documenti che testimoniano la corsa in età medievale, ma i frequenti rapporti dei regnanti oristanesi con i signorotti dell’Italia dei Comuni del XIII e del XIV secolo, non che i lunghi soggiorni dei nostri giudici nelle grandi città della Spagna in piena età medievale, inducono a supporre che i sovrani del giudicato d’Arborea conoscessero bene i giochi di esercitazione militare, e che nella capitale arborense, così come nelle grandi città dell’Europa del tempo, nobili e cavalieri si cimentassero con la spada e la lancia nelle prove di abilità e addestramento a cavallo.
La Sartiglia si svolge l’ultima domenica di Carnevale e il Martedì grasso, durante il quale i cavalieri devono infilare con uno stocco, procedendo a galoppo sfrenato, una stella sospesa. Dal numero delle stelle infilate si traggono gli auspici sull’esito dell’annata agraria in corso. Anima della festa sono: il gremio dei contadini, San Giovanni che corrono la domenica; quello degli artigiani, San Giuseppe che corrono il martedì.

Su Componidori
La sagra ha inizio con la vestizione del capo corsa, su Componidori, attraverso un cerimoniale rigoroso, un lungo rito che raggiunge il culmine nel momento in cui viene cucita sul viso la maschera. L’espressione profonda di questa maschera trasforma su Cumponidori, in un essere sessualmente ambiguo, un semidio, rendendolo inavvicinabile. Da quel momento non può più toccare terra e nessuno, deve portare buona fortuna e scacciare gli spiriti maligni.

Entrambe le giornate finiscono con le pariglie, i cavalieri si dirigono verso i viottoli che s’immettono nel vicolo che termina con il caratteristico portico, simbolo del punto di partenza delle spericolate evoluzioni dei cavalieri. Su questo percorso, secondo l’ordine di sfilata, tutte le pariglie partecipanti potranno cimentarsi sul percorso. Ancora una volta la presenza in pista di cavalli e cavalieri è annunciata dai rulli dei tamburi e dagli squilli delle trombe.
Lungo le vie medievali del centro storico piatti e dolci tipici riempiono con i loro profumi la città: carni arrosto, maialino, pancetta pane e, immancabile, la vernaccia.

Santu Lussurgiu: la corsa equestre di Sa Carrela ‘e Nanti
Acrobazie, sfrenate corse di cavalli e cavalieri coraggiosi si sfidano per offrire uno spettacolo adrenalinico, dove anche il pubblico è protagonista.
Santu Lussurgiu, paese ai piedi della catena montuosa del Montiferru, incastonato in un anfiteatro di origine vulcanica, piccolo borgo di origine medievale, caratterizzato da strette vie acciottolate e antiche case a torre, diviene protagonista di questa corsa spericolata a cavallo e dei suoi pariglianti.

Chiamata Sa carrela ‘e nanti dall’antico nome del percorso, che si snoda lungo il centro storico, letteralmente “la strada davanti”, è la sintesi del Carnevale lussurgese, un Carnevale equestre caratterizzato da una corsa a pariglia.
Qui, nessun rito propiziatorio che rimanda ad un arcano passato. A Santu Lussurgiuva in scena un modo differente, ma altrettanto emozionante, di vivere il Carnevale. Coraggio, abilità e, perché no, un pizzico di follia, sono gli ingredienti per una festa travolgente che si celebra in un clima di pura euforia.

Sa Carrela ’e Nanti da cui la corsa prende il nome, è, una strada resa sterrata per l’occasione, una strada ripida, lunga circa 350 metri, che si sviluppa in discesa e che, tra strettoie e faticose salite, si snoda nel centro storico del paese, nel rione chiamato Biadorru (via del ritorno) nell’attuale via Roma. Questa particolare tradizione equestre, come molte nell’Isola, risale ai secoli scorsi, quando i giudici di Arborea, prima, e i viceré spagnoli, poi, avevano radicato e stimolato l’allevamento dei cavalli, ottenendo, così, razze speciali per le corse. Tra i vari riferimenti certi della manifestazione, Goffredo Casalis e Vittorio Angius parlano de “sa carrela” a partire dal 1840.

I cavalieri, rigorosamente lussurgesi, devono indossare, secondo la tradizione, una maschera o avere il volto dipinto. La manifestazione si svolge in tre giornate. La domenica di carnevale, i cavalieri si presentano a s’iscappadorzu, il punto in cui ha inizio la corsa, e a pareza (pariglia) i cavalieri si lanciano a tutta velocità con l’obiettivo di scendere tutta la corsa “uniti”, con il braccio di uno sul braccio dell’altro, quasi a simboleggiare l’unità, la concordia, l’amicizia e la solidarietà. Anticamente si scendeva anche a pariglie di tre e talvolta di quattro cavalieri. Lunedì, chiamato Su Lunisi de sa pudda (il lunedì della gallina), il cavaliere lanciato al galoppo deve buttare a terra con un bastone, chiamato su fuste ‘e ortzastru, un fantoccio che ha le sembianze di una gallina, che sostituisce dagli anni ’70 la gallina vera.Il martedì termina lo spettacolo con la premiazione dei cavalieri che hanno buttato giù più galline, delle tre migliori pariglie e di tutti gli altri partecipanti.

Bibliografia
- ATZORI I. 2011, Carrasecare, Academia.Edu
- www.sartiglia.info
- www.italianways.com/ogni-citta-un-palio-litalia-delle-giostre-e-delle-cavalcate
- www.borghiautenticiditalia.it/borgo/santu-lussurgiu
- www.sacarrelaenanti.it/santu-lussurgiu/la-storia



