“Per Sant’Antonio (17 gennaio) si usano accendere grandi fuochi entro l’abitato e nei cortili…Il culto per questo santo è affatto popolare a Nuoro e nell’isola Sardegna. A Mamojada ha una festa specialissima: la chiesa viene adorna di foglie d’arancio, e arance in quantità si pongono in cima ai puntelli che sostengono le cataste per il fuoco. Una delle processioni si aggira intorno al fuoco. In moltissimi villaggi si fanno dolci speciali per questa festa, e particolarmente la panata di miele e di pasta”.
Così scriveva una giovane Grazia Deledda a proposito della festa di Mamoiada in onore di Sant’Antonio.
Il Carnevale è una delle feste più sentite e vissute dell’isola, oggi come nel passato attirano l’intera comunità. Lo scopo è insieme apotropaico e propiziatorio, allontanare il male, lasciarsi indietro l’inverno e con gioia accogliere la primavera e una buona annata, attraverso canti, balli e maschere dove sacro e profano, uomo e animale si confondono.
Le Origini
Le sue origini si perdono nel tempo, i riti vogliono raccontare la morte delle messi e l’uccisione dello spirito della notte, un carnevale tragico e imperniato sul lutto e sul culto di Dionisio che rappresenta la morte e la rinascita della natura. L’origine rimanda a culti idolatri ed agro-pastorali di antica memoria, che l’avvento del Cristianesimo trasformò, come tutto ciò che era pagano, in demoniaco. Non potendo sradicare determinate pratiche, queste furono mascherate da ricorrenze cattoliche. In questo modo, Prometeo, che rubò dall’Olimpo il fuoco per restituirlo agli uomini, divenne Sant’Antonio Abate, che scese negli Inferi per regalare il fuoco, rubato da Satana per dispetto, all’umanità. Così, le pratiche rituali della festa per la fine dell’inverno, che si svolgeva dopo la metà di gennaio e che prevedeva l’accensione di fuochi intorno ai quali si danzava, si beveva il vino nuovo e si svolgevano delle orge, divennero festeggiamenti in onore di Sant’Antonio, perdendo, naturalmente, l’usanza orgiastica.
La devozione al dio bambino Dioniso (nume della vegetazione e della fertilità, che ogni anno muore, per poi risorgere con vigore, come la natura) in Sardegna, comune alle aree agrarie del bacino mediterraneo, risale circa al XV sec. a.C. Il culto dionisiaco penetrò in Sardegna tramite le migrazioni micenee e greche.
Non si sa da dove derivi il nome Carnevale: c’è chi dice da car navalis, il rito della nave sacra portata in processione su un carro; secondo altri significa carnes levare (togliere la carne) o carne vale (carne, addio) e allude ai digiuni quaresimali, dato che il Carnevale si conclude con il martedì grasso, il giorno che precede, nei paesi cattolici, il mercoledì delle Ceneri.
Nello stesso periodo a febbraio si celebravano nell’antica Roma vari riti che hanno lasciato le loro tracce nel Carnevale attuale. Intanto febbraio era il mese delle purificazioni. Lo scrittore latino Macrobio ricorda che il mese era dedicato al dio Februus:
“Durante questo mese bisogna purificare la città e celebrare i riti funebri per i Mani, divinità del mondo sotterraneo”.
Il passaggio dall’inverno alla primavera permetteva un contatto con il mondo dell’aldilà; i morti reclamavano cerimonie in loro onore, come oggi accade nelle società primitive che venerano i morti nei periodi del cambio di stagione. A febbraio, dice il poeta Ovidio,
“si onorano anche le tombe, si placano le ombre degli avi e si portano piccoli doni sui sepolcri. Poco chiedono i Mani, gradiscono la pietà come un ricco dono… Basta coprire la lastra con corone, offerte, basta spargere grano con un poco di sale, con preghiere e gesti del rito”.
Alle cerimonie di purificazione e di commemorazione si intrecciavano riti di fecondazione, come nei Lupercali, feste antichissime in onore di Marte e del dio Fauno.
Nell’antica Roma la mattina del 15 febbraio una confraternita di celebranti chiamati Luperci (lupacchiotti) si riuniva in una grotta nei pressi del Palatino chiamata Lupercale, circondata da un fitto bosco dove, secondo la leggenda, la lupa aveva allattato Romolo e Remo. La cerimonia iniziava con l’uccisione di alcune capre e la presentazione di due giovinetti nobili ai quali si toccava la fronte con il sangue e la si purificava con il latte: i due ragazzi scoppiavano allora a ridere, dato che il riso era legato alla fecondità. Poi i lupacchiotti, indossate maschere e pelli di lupo, tagliavano le pelli di capra in strisce sottili e le arrotolavano come le nostre stelle filanti. Correndo sfrenatamente lungo la Via Sacra, lanciavano le strisce alle signore. Le matrone che volevano figli si facevano colpire ripetutamente dalle strisce filanti.
Come nel culto di Dioniso, anche il Carnevale sardo sacrifica una vittima, come ricorda lo stesso termine Carrasecare (carre de secare carne viva da smembrare). Tra i più famosi caratterizzati da vittime animalesche, troviamo quelli di Mamoiada, Ottana e Orotelli. Le vittime sono spesso tenute alla fune da un guardiano e sono chiamate Maimone ‘e fune, Maimones o Mamuthones, dal termine Mainoles (folle, pazzo), con cui s’indicavano i folli posseduti dal dio che, attraverso una danza sfrenata, vanno incontro alla morte; la funzione dei guardiani è impedire loro di sfuggire alla sorte. Più misteriosa, ma che testimonia il legame tra Sardegna e mar Egeo, è la Filonzana (filatrice). Tipica di Ottana, e di alcuni paesi in cui si celebra un carnevale che prevede una vittima, è la maschera più temuta: rappresenta una delle tre parche, colei che tesse il filo della vita, pronta a reciderlo davanti a chi non le offra da bere.
L’uso della maschera è legato all’interazione con gli spiriti, siano essi divinità o defunti, nell’ambito del Carnevale sardo, la loro funzione potrebbe richiamare antichi riti propiziatori, nei quali il rapporto tra l’uomo e l’animale diventava più solido, fino a considerare il compagno delle fatiche lavorative quasi alla stregua di una divinità.
Mamoiada: Mamuthones e Issohadores
Tra il Gennargentu e il Supramonte a 644 m s.l.m. sorge Mamoiada, dove si producono eccellenti vini, ottimi formaggi, squisite carni, raffinati dolci e gustosissimo pane. Ricco di storia e tradizioni genuine ha un territorio con numerosi e importanti monumenti archeologici.
Il Carnevale di Mamoiada ha inizio il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate, con la sfilata dei Mamuthones e degli Issohadores o Issocadores, che rappresentano l’allegoria ironica dell’inversione uomo-bestia. I Mamuthones, 12 come i mesi dell’anno, indossano abiti di velluto e una pelle di una pecora nera (mastruca). Sul dorso è legato un pesante grappolo di campanacci da bue, mentre una collana di campanelle è appesa al collo. La testa è coperta dal berretto chiamato berritta, tenuto da un fazzoletto marrone annodato sotto il mento. Sul viso è applicata una maschera di legno nera (sa bisera) che è divenuta l’elemento rappresentativo della manifestazione. Con i Mamuthones, i reali protagonisti dell’evento, sfilano gli Issohadores, 8 come i cicli agrari di semina e raccolto, che aprono e chiudono il corteo. Indossano un giubbetto rosso, dei calzoni bianchi o scuri, uno scialletto sui fianchi, una berritta sul capo tenuta da un fazzoletto variopinto stretto sul viso, una bandoliera con sonagli di bronzo e ottone. In mano stringono una fune di giunco (sa soca), dalla quale deriva il loro nome.
Non possono mancare i dolci tipici del Carnevale mamoiadino quali: papassinas, coccone in mele (pane dolce), cachettas, orulettas (dolci con miele e sapa, mosto cotto), ulurjones de mendula (ravioli di mandorle) e sempre presente il vino cannonau.


Ottana: Sos Merdules e Sos Boes
La chiesa di San Nicola, con la sua austera e affascinante architettura romanica, cattedrale dal 1112 al 1503, domina il centro storico con maestosità e alternanza bicroma di basalto nero-violaceo e trachite rosa. Ai piedi di questo imponente monumento medievale si svolgono i riti del Carnevale.
È davanti a un grande falò, s’ogulone, che, dopo i riti religiosi, sos Merdules, le maschere tradizionali, danno avvio ai preparativi carnevaleschi.
Sa prima essia, cioè la prima apparizione dell’anno, ha luogo il 16 gennaio, vigilia di Sant’Antonio Abate. A rendere esclusivo il Carnevale ottanese sono sos Merdules e sos Boes. Il rituale ha luogo per le vie del paese e rappresenta la lotta tra l’uomo (vincente) e gli animali. Sos Boes (gli animali) hanno un’andatura cadenzata da saltelli e creano scompiglio tra la folla intervenuta per i festeggiamenti. Spesso, si gettano a terra inscenando una sorta di ribellione contro sos Merdules (padrone del bue), i quali utilizzano un laccio di cuoio o un bastone per controllarli e assoggettarli. Il Merdule ha il dovere di addomesticare il Boe nel conflitto tra istinto animale e ragione umana. Quando il boe cade a terra, probabilmente simulando la morte, una figura femminile, del tutto simile ad una delle tre parche greche, gli si siede vicino, tessendo un filo di lana. Si tratta della Filonzana, sempre interpretata da un uomo, che indossa una maschera antropomorfa nera in legno, e un ampio scialle dello stesso colore, spesso con una grossa gobba, e che tiene in mano il fuso con cui tesse il filo della vita. Durante la sfilata procede lenta, minacciando continuamente di recidere il filo davanti a chi non le offra da bere.
Sas gatzas, sa petza sartzada, sa pasta violada (tutte frittelle a pasta lievitata), sa galadina (la gelatina) e buon vino accompagnano canti e balli.


Orotelli: Sos Thurpos
Su un altopiano granitico si adagia il paese di Orotelli, dove artigiani della pelle e antiche tradizioni caratterizzano il borgo formato da basse e robuste case in pietra.
Il Carnevale ha come figure centrali i Thurpos (ciechi) che sfilano mimando il comportamento dei buoi e procedono appaiati come in giogo. Hanno il viso nascosto sotto uno strato nero di cenere (forse, residuo di un’antica maschera), ricavata dal sughero bruciato, e il cappuccio del gabbanu (cappotto in orbace) scende fino al naso. La vita cinta da una fune che il “contadino”, altro protagonista della sfilata, impugna sul capo opposto per guidarli. Il contadino porta anche il pungolo. Altri thurpos trascinano un aratro seguiti da “seminatori” che spargono crusca per la strada.
Non ci sono vincitori e vinti, entrambi portano gli stessi indumenti, a conferma dell’ambivalenza dei due personaggi rappresentati: due aspetti diversi solo nelle mansioni, non nel ruolo che ricoprono. Il rapporto che lega su massaju e sos juos (i buoi), è indissolubile: l’uomo e l’animale lavorano insieme nei campi, insieme soffrono e gioiscono. Il pubblico è festosamente coinvolto in questa manifestazione del “mondo alla rovescia”.

Bibliografia/Sitografia
- ATZORI I. 2011, Carrasecare, Academia.Edu
- Deledda G. 2011, Tradizioni popolari di Sardegna, Roma, p. 188
- Enciclopedia Treccani on line
- museodellemaschere.it
- prolocomamoiada.it
- mamuthones.it
- merdules.it



