La vendemmia, più di altri momenti, rappresenta la pratica più sentita legata al mondo vitivinicolo. Essa viene chiamata in sardo Sa binnenna che non significa solamente tagliare l’uva ma anche vinificare, in quanto le due pratiche non esistevano come attività separate. Nella vendemmia tradizionale, come nelle altre attività agropastorali le feste scandivano gli appuntamenti principali delle pratiche agricole; la festa della Madonna del Rimedio (8 settembre) segnalava che l’estate stava per terminare e che si avvicinava la vendemmia. Il vignaiolo, quindi, sapeva che era necessario preparare i recipienti (su strexiu), le botti (carradas), i tini (cubidinas) e la pressa (sa prenza).
Un periodo di spensieratezza e felicità, la sua celebrazione risale ai tempi degli antichi romani, quando ci si rivolgeva a Bacco, porgendogli quell’uva appena raccolta, che, si trasformava prima in mosto e poi in vino. Le famiglie si riunivano dalle prime luci dell’alba per raccogliere quei deliziosi chicchi e trasformali in vino.
“Curagghju bibinnadori, lestru, alzeti li mani! S’iddhera pa li agghhjani la igna punìa fiori». Era un antico e noto canto gallurese dedicato a una delle operazioni legate alla vigna ed al vino: la vendemmia. In Gallura come in altre parti della Sardegna a operazione conclusa, a seguito di tante fatiche, protrattesi per l’intera annata, arrivava il momento di celebrare con allegria.
Il vino si presta bene a essere una valida chiave di lettura del contesto storico, socio-economico, politico e religioso di un territorio, attraverso la narrazione storiografica, letteraria e iconografica. Permette di mettere in luce aspetti differenti e oltremodo interessanti del discorso culturale.
Nella prosa Grazia Deledda, nel descrivere il paesaggio e i riti ad esso legati, racconta le storie che ascoltava durante la fanciullezza dalle persone che frequentavano la casa paterna. Il suo è sempre un ricordo nostalgico e appassionato, un ricordo estrapolato dalla realtà. Nelle sue opere vengono rappresentate le sagre popolari, la religiosità, la fierezza, le tradizioni. Nel racconto del 1921 dal titolo La vigna nuova, troviamo descritto la fine di un mondo, proprio per questo ne racconta i processi dandoli all’eternità, fermando, in questo modo, quei riti per sempre.
La vigna nuova
Dall’alto della china ove finiva la zona coltivata a vigne, don Innassiu Boy assisteva alla ripiantagione delle viti distrutte dalla filossera. Come tutti i vecchi egli rimpiangeva i bei tempi passati, e lisciandosi e stringendo entro il pugno la gran barba bianca, mentre con gli occhi azzurrognoli ancora innocenti guardava le figure grigie e nere dei contadini curvi a ficcar le viti entro le buche già pronte, raccontava alla nipotina Onoria, studentessa ginnasiale, gli usi antichi…«Adesso i tempi sono cambiati, nipotina mia; tempi che non valgono niente! La gente emigra come gli uccelli, i contadini si voglion pagati anche nei giorni di festa e amici non se ne trovan più neanche nei giorni di festa e neanche a pagarli….» — Nonno, e anche voi, allora, quando avete piantato la prima volta questa vigna, siete stato legato? (Chiaroscuro 1921)
Nella poesia Sebastiano Satta narra anche lui, entrambi appartengono alla Nuoro definita – l’Atene Sarda – di inizio Novecento, di un passato che sta scorrendo via. Il passato, viene esaltato – senza rimpianti – quel passaggio dall’antico al moderno, secondo l’autore, è necessario. Egli ha amato profondamente la sua terra, esaltandola e mitizzandola. Il “Poeta di Barbagia”, come l’epigrafe posta nella sua casa cita, è stata una voce autentica capace di tradurre attraverso il linguaggio poetico gli aspetti della vita sarda.
Sanguinasti dal cuore del granito,
Canti Barbaricini 1910
E dentro un cavo tronco aspro di alburno
Ti franse, o vino, un uomo taciturno
E truce come in funerëo rito.
E, o vino, — nella sera, odi? un viburno
Canta a un elce un dionisiaco mito —
Io chiamo nel mio cuore dal notturno
Cielo i miei sogni a un funebre convito.
E li inebrio di te: ché mal l’incerto
Volo ferman sull’anima romita
Da che vi giacquer morte le chimere.
Ahi! ma vinto l’incanto, dal deserto
Cuor rivolan stridendo oltre la vita,
Dentro cieli di fiamma, aquile nere
Il vino è storia, filosofia, letteratura, musica e cinema. Nell’iconografia, i riferimenti all’uva e al vino, alla vendemmia, raffigurano la realtà sociale cittadina del tempo, oppure una dimensione più intima. Nella pittura il vino e la vite sono stati rappresentati in ogni loro aspetto dalla Preistoria ai giorni nostri.
Nell’antichità il vino, la vite e l’uva sono associati al tema della vita, della nascita, della rigenerazione dopo la morte. Nell’arte cristiana in generale il vino è ricco di simbolismi, diventa il sangue di Cristo. Le foglie e i grappoli di Bacco divengono simboli eucaristici, la vigna del Signore. Nel Rinascimento le immagini di vendemmia e coltivazione della vite servono ad esaltare l’armonia del paesaggio plasmato dall’uomo. Il Seicento recupera la tradizione classica legata al mondo pagano. In epoca moderna riappare l’immagine laica del vino come elemento della quotidianità e della vita bucolica, nell’arte spagnola come in quella olandese. Negli impressionisti francesi le tavole con le bottiglie sono descritte con dovizia di dettagli. Si parla di un’epoca, la Belle Époque, in cui il vino era ampiamente consumato e la tradizione dello Champagne era divenuta parte integrante della cultura enologica francese.
Nel Novecento attraverso il Surrealismo di Mirò, il Cubismo di Picasso e il Futurismo, troviamo un linguaggio artistico volutamente innovativo e anticonformista, che rompe coi canoni estetici dei contemporanei. Filippo Tommaso Marinetti (1876-1940) sosteneva: “Se il vino è bevanda di antichissime tradizioni – è tuttavia bevanda che si rinnova annualmente, bevanda dinamica, che contiene il carburante-uomo e il carburante-motore”. Fortunato Depero, rappresentante del cosiddetto “secondo futurismo”, fu collaboratore della Campari per la quale disegnò la bottiglia che ancora oggi contiene il Campari Soda e realizzò centinaia di campagne pubblicitarie.
In Sardegna ricco e variegato è il panorama pittorico legato al vino. Nella pittura di fine Ottocento di Antonio Ballero (1864-1932) – appartenente anche lui all’Atene Sarda – troviamo raffigurata la vendemmia. Con lui abbiamo un ritorno al mito e ad una componente dionisiaca. Sono presenti gli elementi tipici dei baccanali: la musica, la danza, il bere, i piaceri della carne (Antonio Ballero La vendemmia olio 1915). Più dentro al Novecento Giuseppe Biasi (1885-1985), descrive con i suoi colori splendenti e le sue atmosfere esotiche sia la bellezza sarda sia quella femminile. Nei temi del vino lascia spazio, invece, all’universo maschile, nelle sue ambientazioni i colori divengono più cupi. Cantori di Cabras 1935, Uomini in cantina 1932, Cantina di Cabras.

Mario Delitala (1887-1990), l’artista di Orani, per la sua incredibile espressione artistica, la sua versatilità che spaziava dalla pittura all’incisione, è sicuramente una delle figure più rappresentative nel panorama dell’arte in Sardegna del secolo scorso. Il ritratto, il paesaggio incontaminato della Barbagia sono i temi dal quale era attratto. Il pittore nel 1913 per l’azienda Zedda e Piras diede vita ad una grafica che ancora oggi conserva tutta la sua forza. Il protagonista è il pastore, seduto su un’altura è riflessivo, pensieroso, forse melanconico, alle sue spalle c’è la valle con i suoi filari di vite e i colori vivi, dove il giallo predomina.

Stanis Dessy pittore, scultore, designer di mobili ed elementi ceramici, e poi anche caricaturista e illustratore (1900-1986), dedica ad Aritzo i suoi acquarelli dove i pergolati sono i protagonisti, visti attraverso il suo spirito di osservazione dotato di curiosità e di ricerca del reale quotidiano.
Costantino Nivola (1911-1988) anche lui di Orani, apprendista di Mario Delitala, artista complesso, trascorse tutta la sua vita adulta tra Manhattan e Long Island, spinto oltreoceano dal suo impegno antifascista e dalle leggi razziali, avendo sposato Ruth Guggenheim (ebrea tedesca). Le sue sculture hanno trovato un posto di rilievo sulle facciate o agli ingressi di edifici nel nord-est degli Stati Uniti, tra Chicago, Brooklyn, Manhattan, New Haven o Staten Island. L’eredità antropologica della Sardegna ha costituito il punto di partenza per la sua ricerca, da qui nasce l’idea di una scultura intesa come arte corale, comunicativa, legata all’architettura e incentrata sul tema di una femminilità archetipica, identificata con la Natura. In un progetto del 1963, dove l’artista combina progettualità e utopia, egli inserisce un lungo pergolato che avrebbe dovuto snodarsi lungo le vie del paese – la vite – avrebbe ricoperto vie e piazze. L’elemento vegetale non doveva solo essere accessorio ma rappresentare l’aspirazione alla pace e il lavoro dell’uomo.

Bibliografia, sitografia:
- Aa.Vv, Il vino in Sardegna.3000 anni di storia, cultura, tradizione e innovazione
- Marinetti F. T., La cucina futurista
- Mastino A., I miti classici e l’isola felice
- Zucca R., Il vino in Sardegna nell’antichità



